Figura 13
La Figura 13 mette in relazione la
struttura delle nuvole predetta dal modello di Romani con i profili
di abbondanza delle specie condensabili misurati dalla Probe. La struttura
degli strati di nubi era stata predetta su osservazioni di ampie regioni
di Giove condotte da terra e da precedenti missioni spaziali. Si può
subito osservare che vi è una discordanza tra il modello predetto
e le abbondanze misurate, è quindi evidente un’influenza delle dinamiche
atmosferiche del PES.
Sotto il livello di condensazione
di NH3 e H2O e sotto al livello in cui H2S
si combina con NH3 per dare nuvole di NH4SH ghiacciato,
era stato predetto che ciascuna specie avrebbe mantenuto un rapporto di
abbondanza rispetto al Sole costante, mentre si osservò che in genere
le abbondanze tendono a diminuire con l’altezza e di conseguenza aumentano
all’aumentare della pressione.
Questo caso riguarda ovviamente
una situazione in cui non vi siano particolari dinamiche atmosferiche,
ma come ben sappiamo non è questa la situazione del PES.
La distribuzione delle specie condensabili
osservata richiede quindi di formulare delle ipotesi sui processi che avvengono
nelle macchie calde.
L’idea più promettente per
cercare di capire i dati riportati dalla Probe è che le macchie
calde siano la manifestazione di onde atmosferiche di grande ampiezza,
in particolare onde di Rossby equatoriali. Le onde di Rossby sono onde
atmosferiche su scala planetaria che dipendono dalla variazione con la
latitudine della componente verticale della velocità angolare di
rotazione del pianeta.
In un ambiente privo di perturbazioni
di questo tipo, le superfici corrispondenti ai livelli di condensazione
sono orizzontali e non vi sono quindi variazioni con l’altezza.
Figura 14 (la distanza dal centro è normalizzata alle dimensioni della macchia)
La Figura 14 illustra qualitativamente
cosa accade in una macchia calda. Un disturbo di grande ampiezza si propaga
attraverso i piani paralleli dei livelli di condensazione spingendoli localmente
verso il basso. La distorsione creata definisce l’estensione della macchia
calda. L’ampiezza del disturbo è in funzione della profondità
e determina lo spostamento delle pressioni di condensazione. Per NH3,
H2S e H2O i livelli di condensazioni che si trovavano
inizialmente vicini rispettivamente a 0.5, 2 e 5 bar vengono deflessi a
8, 16 e oltre 20 bar. Al di sopra del livello di condensazione l’abbondanza
della specie in esame diminuisce perché la condensazione fa diminuire
la fase vapore nell’atmosfera. Per ciascuna specie si osserva quindi una
diminuzione dell’abbondanza con l’altezza al di sopra del livello di condensazione.
Come si vede nella figura l’effetto della distorsione diminuisce allontanandosi
dal centro della macchia calda.
Questa modello è probabilmente
la base per capire perché l’abbondanza di NH3 aumenta
da 1 a 8 bar, H2S aumenta da 8 a 16 bar e H2O stava
ancora aumentando quando la Probe cessò di inviare i suoi segnali
intorno ai 22 bar.
Nonostante gli effetti delle dinamiche
localizzate è certo che la Probe sia scesa a sufficienza per misurare
le abbondanze globali di NH3 e H2S. Lo stesso non
si può dire per l’acqua, perché alla profondità raggiunta
dalla sonda non era ancora stata raggiunta la pressione di condensazione
prevista dal modello precedentemente illustrato. Secondo tale modello si
sarebbe trovata un’abbondanza costante di acqua alla pressione di circa
30 bar e come si è già detto la Probe cessò di inviare
i segnali intorno ai 20 bar.
La situazione riguardo all’abbondanza
globale dell’acqua e conseguentemente dell’ossigeno, ancora una volta si
conferma piuttosto sfortunata e anche dall’analisi delle specie condensabili
emerge la necessità di future missioni per misurare con esattezza
la sua abbondanza.
21 luglio 2004